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Si continua a morire per le attività d’impresa. Presentato il sesto rapporto sentieri

Lo scorso 23 febbraio è stata presentata la sesta edizione di Sentieri, il Rapporto a cura dell’Istituto Superiore di Sanità sullo stato di salute della popolazione residente nelle aree contaminate del Paese.
Il Rapporto conferma sostanzialmente i dati degli scorsi anni, attestando che nei siti oggetto dell’indagine – poli o ex-poli industriali, luoghi in cui sono installate o sono state installate attività economiche inquinanti e pericolose – c’è un eccesso del 2,6% di mortalità e del 3% di ospedalizzazioni per cause legate in maniera più o meno diretta alle industrie.

[di Rita Cantalino]

La popolazione residente nelle aree contaminate del nostro Paese è il 10% di quella totale: più di 6 milioni di persone che subiscono gli impatti di attività economiche che si sostanziano in un aumento della diffusione dei tumori e altre malattie.
Seppure non esista – come più volte specificato nel Rapporto – la prova scientifica ultima che testimoni che questi dati sanitari derivano dagli impatti ambientali delle attività di impresa, è stato osservato ed è ben chiarito nello studio che esiste una forte correlazione in virtù della quale Sentieri si concentra nel raccomandare la bonifica delle aree e nel richiedere monitoraggio sanitari costanti per le comunità esposte.

L’importante novità di questa sesta edizione del Rapporto Sentieri è il capitolo dedicato alla giustizia ambientale, una riflessione inedita presentata nel contributo del dottor Roberto Pasetto del Dipartimento ambiente e Salute dell’ISS e della dottoressa Daniela Marsili, del WHO Collaborating Centre for Environmental Health in Cotaminated Sites dell’Istituto.

Il lavoro di Pasetto e Marsili afferma due punti fondamentali, due evidenze che raccontano i retroscena sia dello sviluppo industriale sia della contaminazione ambientale del nostro Paese:

– gran parte dei siti contaminati sono situati al Sud Italia o sulle isole, e con essi gran parte delle conseguenze sanitarie connesse;

– le comunità oggetto della contaminazione sono spesso anche le più fragili economicamente: esiste un’intersezione tra le battaglie per la giustizia ambientale e quelle per la giustizia redistributiva e, come affermano gli autori della ricerca, il mancato accesso alla giustizia per quanto riguarda gli impatti ambientali comporta l’aggravarsi dell’ingiustizia sociale.

Vediamo dunque che sono le comunità più povere quelle che hanno maggiori rischi, perché i siti più inquinanti, le industrie più pericolose, sono stati installati in determinate aree del nostro Paese e non in zone scelte a caso: quelle in cui si viveva peggio, quelle in cui c’era maggiore povertà, quelle che, dietro la promessa del benessere e dello sviluppo, non hanno visto i pericoli per la propria sopravvivenza.

Si tratta di comunità sfruttate a più riprese: inserite in meccanismi economici dai quali spesso e volentieri non hanno tratto alcun beneficio, i lavoratori e le lavoratrici hanno contribuito ad accrescere la ricchezza nazionale e quella delle imprese cui erano soggetti, ma questi sforzi non hanno portato in alcun modo a un miglioramento della loro condizione economica.

Anzi, l’unica conseguenza con la quale fanno e hanno fatto certamente i conti è sempre la stessa: malattie, tumori, morti, mentre mancano strumenti di tutela sanitaria ma anche interventi decisi volti a risanare i territori. Le bonifiche ferme al palo, la mancanza di un registro tumori, l’assenza di monitoraggi e programmi di prevenzione sistematici costruiscono un unico scenario di profonda ingiustizia e di razzismo ambientale al quale il nostro Paese è chiamato urgentemente a rimediare.

Lo ha detto anche il professor Brusaferro, direttore dell’ISS, quando ha commentato: “Le pressioni ambientali, per queste popolazioni, sono molteplici, e spesso si mescolano con lo svantaggio socio-economico, producendo indicatori di segno negativo e ponendo la questione dell’importanza dei determinanti ambientali”.

Non si tratta di una denuncia di parte ma di dati scientifici, oggettivi, che ci chiamano alle responsabilità istituzionali e imprenditoriali a tutti i livelli: si sono delle vittime precise, qui, e dei responsabili.

In particolare, vogliamo citare quanto segue:

“È stato condotto uno studio su alcuni siti che ospitano impianti petrolchimici e/o raffinerie oppure impianti siderurgici al fine di mettere in luce, sulla base della più aggiornata letteratura scientifica, il profilo di salute specifico per patologie associate all’esposizione delle popolazioni residenti agli inquinanti prioritari selezionati per ciascun sito. Si sottolinea l’opportunità di effettuare questi approfondimenti basati su caratteristiche di contaminazione peculiari per ciascun sito, anche se le informazioni relative a specifici inquinanti non sono sempre disponibili.

È stato valutato l’impatto sulla salute derivante dall’esposizione a PM2,5 e PM10 nelle aree industriali italiane incluse nel progetto Sentieri caratterizzate da impianti industriali con processi di combustione rilevanti con emissioni puntuali (ciminiere). I decessi attribuibili all’esposizione a PM 2,5 e a PM 10 tendono a seguire un gradiente nord-centro-sud e isole. I risultati sono suggestivi di un impatto sulla salute per esposizione a PM nelle aree industriali considerate, con impatto maggiore in prossimità degli impianti, e inducono a raccomandare l’attuazione di azioni urgenti di mitigazione”.

Appare dunque evidente che la vicinanza a siti industriali, in particolare a impianti petrolchimici, raffinerie, siderurgici o con attività basate sulla combustione sia un fattore correlato a una più alta incidenza di mortalità e ospedalizzazioni e a un maggiore impatto di altri fattori già di per sé problematici, come l’esposizione alle polveri sottili dello smog.

Alla luce delle evidenze mostrate, lo stesso studio Sentieri si conclude con un’esortazione a rimediare agli impatti sia per quanto riguarda il risanamento territoriale, sia per quanto riguarda la tutela del diritto alla salute delle comunità colpite, che ancora oggi non hanno pieno accesso alla giustizia.