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COP26, c’è un buco: la responsabilità delle imprese

di Giosuè De Salvo – La COP26 si sta svolgendo in un momento storico fondamentale per la responsabilità d’impresa in UE. La Commissione Europea, guidata da Ursula von der Leyen, si è infatti impegnata a pubblicare, entro la fine dell’anno, un progetto di legge sul tema. Alle aziende verrà richiesto di affrontare i rischi di violazioni dei diritti umani e ambiente nelle loro catene del valore, attraverso una “dovuta diligenza obbligatoria”.

Ma quanto sarà significativo questo progetto?

I Paesi europei che hanno firmato l’Accordo di Parigi si sono impegnati migliorare gli obiettivi nazionali prima della COP. Questi obiettivi possono e devono però tradursi in obblighi giuridici concreti.  Per fare ciò, la proposta di direttiva di Bruxelles dovrà obbligare le imprese a ridurre le emissioni di gas serra nelle proprie attività e nei propri investimenti. Oltre a questo, le aziende dovranno essere tenute a rimediare a qualsiasi danno legato ai loro impatti climatici. Se il meccanismo di rimedio interno (in inglese, “grievance mechanism”) non fosse efficace, la direttiva dovrà prevedere la possibilità di intraprendere una causa civile, con provvedimenti inibitori e/o risarcimenti. La direttiva dovrà, insomma, intervenire per rafforzare la responsabilità d’impresa in UE e l’accesso alla giustizia da parte delle persone e delle comunità impattate.

Gli sviluppi delle Climate Litigations

Gli sviluppi nell’ambito delle cause legali sul cambiamento climatico si stanno già muovendo in questa direzione. In Olanda a maggio la Shell è stata condannata a ridurre le sue emissioni di CO2 del 45% rispetto al 2019. In Germania la società energetica RWE, maggiore emettitore di CO2 in Europa, è chiamata a rispondere dell’impatto delle sue attività sul clima. Un contadino peruviano ha infatti denunciato il pericolo per la propria casa, situata accanto a un lago minacciato dal potenziale collasso di due ghiacciai.

A San Francisco un’associazione di pescatori ha portato in tribunale i più grandi produttori di petrolio e gas, tra cui Shell, Eni, Total e BP. Le loro attività, infatti, sono relazionate al riscaldamento globale, concausa della fioriture di alghe. Il fenomeno sta rendendo impossibile la pesca del granchio nel Pacifico, danneggiando il settore industriale e i redditi di chi ne è coinvolto. Gli imputati sono accusati di negligenza e di aver operato per decenni «per minare il sostegno pubblico alla regolamentazione dei gas serra».

Questi casi e decine di altri sono in corso ma il favore delle sentenze non è scontato. Alcuni giudici possono interpretare le leggi vigenti in modo progressivo ed espansivo, ma non vi è alcuna garanzia che questo accada sempre. È fondamentale che tutte le società – non solo Shell, RWE o ENI – possano essere portate in tribunale, nel loro Paese d’origine, per violazioni ambientali e dei diritti umani.

In effetti la relazione tra la crisi climatica e i diritti umani è ormai consolidata: il cambiamento climatico danneggia il diritto umano al cibo, all’acqua e alla salute, solo per citare quelli più vitali.

Il diritto al clima è un diritto umano

All’inizio di ottobre, il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha riconosciuto che avere un ambiente pulito, sano e sostenibile è esso stesso un diritto umano.

D’ora in poi, dunque, l’aumento del livello del mare, le temperature estreme e l’aumento degli incendi boschivi non potranno più essere dissociati dai diritti umani.

I costi di questi impatti e le misure per affrontarli spesso ricadono su coloro che già si trovano in posizioni precarie, come le popolazioni indigene, gli afro-discendenti, le donne, i bambini e i lavoratori mal pagati, in particolare – ma non solo – nel Sud del mondo. Al contrario, i profitti delle industrie più grandi e più dannose per l’ambiente e la ricchezza dei loro proprietari e finanziatori, continuano a crescere.

La COP26 offre un’opportunità unica per l’Unione Europea e gli altri leader mondiali di sostenere le norme in materia di diritti umani e riconoscere che gli obblighi ambientali e climatici delle imprese devono far parte delle azioni necessarie per affrontare la mitigazione e l’adattamento al riscaldamento globale.

Se gli eventi mortali che si sono susseguiti nel corso dell’ultimo anno ci hanno insegnato qualcosa, è che non abbiamo tempo da perdere. Questo è il decennio in cui dobbiamo disinnescare la crisi climatica, obbligare alla responsabilità d’impresa in UE, e rendere le nostre società più eque e giuste. Da Glasgow questa consapevolezza dovrebbe emergere in modo forte e chiaro.