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Il 23 febbraio è finalmente stata pubblicata la proposta di Direttiva Europea sulla Due Diligence. Questa era stata sollecitata da anni dalle organizzazioni che si occupano dei diritti umani e ambientali lungo le catene di fornitura come Equo Garantito e Fairtrade. Ma non solo da esse: l’argomento era così importante che una rappresentanza delle aziende aveva firmato recentemente una dichiarazione che sollecitava l’Unione Europea affinché fosse adottato un regolamento in materia.
Una Direttiva in tal senso, che potesse essere recepita dagli Stati Nazionali, era attesa dal 2011. Da quando, cioè, sono stati pubblicati i Principi Guida delle Nazioni Unite su Imprese e Diritti Umani. Nel frattempo normative vincolanti in materia erano state promosse autonomamente da alcuni membri (Francia, Germania, Svizzera).

La proposta di Direttiva


L’attuale proposta è sicuramente un passo in avanti nella direzione sperata. Innanzitutto per un’assunzione di responsabilità da parte delle imprese rispetto al loro ruolo in materia di impatto delle produzioni sui diritti umani e ambientali. Il documento presenta tuttavia ancora alcuni limiti anche dal punto di vista del Commercio Equo e Solidale. Come già sottolineato da tutte le organizzazioni aderenti alla campagna Impresa 2030, la normativa riguarderebbe solo l’1% delle aziende. Si riferisce solo a quelle multinazionali e sovranazionali e non tocca le piccole e medie imprese. Queste ultime costituiscono l’elemento portante della nostra economia. Sono infatti coinvolte in settori fortemente impattanti per la tutela dei diritti umani e ambientali e per cui il movimento del Fair Trade si impegna da decenni con una proposta concreta di economia alternativa.

Guardando ai dati


I dati di contesto su cui confrontarci sono impressionanti, solo per parlare delle più gravi violazioni dei diritti umani. Secondo le stime dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) nel mondo 152 milioni di bambini sono impegnati in pratiche di lavoro minorile o riconducibili allo sfruttamento del lavoro infantile. 72 milioni sono in Africa, 62 milioni in Asia, il resto in America Latina.
Il 70% di questi minori lavora in agricoltura. La problematica copre un ampio spettro di casistiche. La collaborazione al lavoro agricolo familiare è una di queste; essa impedisce la frequentazione della scuola e i momenti dedicati al gioco che fanno parte del normale sviluppo. C’è anche però l’impiego nei campi in lavori pericolosi. Qui vengono utilizzate spesso sostanze dannose per la salute o attrezzature che mettono in situazioni di pericolo. Ci sono anche vere e proprie forme di schiavitù e di deportazione: i minori sono letteralmente venduti o rapiti dalle famiglie e tenuti in ostaggio.

Lo sfruttamento minorile

L’intensivo sfruttamento dei bambini è principalmente causato dall’impoverimento della catena del valore. Le stesse famiglie, pur coltivando materie prime molto richieste dal mercato, non riescono a guadagnare abbastanza per provvedere alle loro necessità. Né tantomeno a garantire istruzione e diritto ad una crescita armoniosa ai propri figli.
Una catena di disvalore che si ripercuote anche sugli altri anelli deboli. In molti Paesi in via di sviluppo le donne non possono accedere a un’istruzione adeguata. Non hanno nemmeno diritto alla proprietà della terra e quindi a godere dei frutti del loro lavoro.
Sono questi solo alcuni dei fenomeni che si verificano all’interno delle catene di fornitura globali in cui a pagare sono i più deboli.

Stiamo parlando di alcune delle materie prime e dei prodotti trasformati più commercializzati al mondo. Come il cacao, che negli ultimi anni ha vissuto un vero e proprio boom causato dalle richieste delle aziende di produzione. Questo processo ha portato Paesi come Ghana e Costa D’Avorio a sostenere il 60% della produzione mondiale, senza però riceverne in cambio sostanziali benefici economici.


E i costi ambientali?

Problemi come la crisi climatica e la deforestazione sono affrontati, a nostro avviso, dalla proposta di Direttiva in modo superficiale. Le aziende devono rispettare gli accordi di Parigi, ma non si controlla l’effettivo risultato dell’abbattimento di 1.5 gradi delle emissioni.
L’impatto del disboscamento provocato dalle attività delle imprese non viene preso in considerazione. Non si tiene conto nemmeno delle conseguenze relative non soltanto in termini ambientali ma anche umani (abbandono delle terre, migrazioni climatiche, distruzione di interi ecosistemi) Viene dunque da chiedersi quale potrà essere l’effettiva portata di questa legge. Quanto è importante, in questo senso, integrare aspetti sociali e ambientali nelle logiche di intervento? E poi chi pagherà per il rispetto dei diritti umani e ambientali nelle filiere? Gli stessi agricoltori che non hanno nemmeno le risorse per vivere e per pianificare il loro futuro?


Il ruolo delle aziende

Rispetto a queste problematiche, è implicito che il ruolo delle aziende diventa cruciale. La disponibilità a pagare un prezzo più alto per la materia prima acquistata e a impegnarsi in un percorso di rispetto dei diritti umani e ambientali nella catena di fornitura sono passaggi fondamentali. Sono infatti indispensabili per garantire la sopravvivenza dei produttori agricoli, dei lavoratori e delle loro famiglie. E per prevenire le violazioni. Ma una legge obbligatoria, verso cui si sta andando, rischia di diventare solo una lista di regole da spuntare se non coinvolge i diretti interessati. E l’attuale proposta di Direttiva rischia di non tenerne conto.

Le proposte del mondo del Commercio Equo e Solidale

Come si legge nel position paper congiunto del movimento internazionale del Commercio Equo e Solidale (novembre 2021, FTAO – Fairtrade International – WFTO), una normativa efficace è una questione cruciale. Le catene di fornitura globali sono caratterizzate da una netta asimmetria di potere è iniqua distribuzione delle risorse. Pochi grandi operatori commerciali e trasformatori impongono termini e condizioni che costringono i fornitori a procurarsi beni a costi estremamente bassi o con tempi di consegna brevissimi. Spesso ciò avviene senza impegno di acquisto a lungo termine. Queste pratiche sono un notevole veicolo di violazione dei diritti umani nella catena di fornitura, e come tali vanno affrontate.


È indispensabile che l’attuazione in Italia di una Due Diligence sui diritti umani a ambientali tenga conto di questo differente approccio valorizzando e sostenendo:
  • L’apporto delle organizzazioni della società civile impegnate in progetti di cooperazione e Commercio Equo e Solidale rivolti proprio ai portatori dei diritti in diversi Paesi del mondo;
  • Gli strumenti già attivi come le certificazioni volontarie e le certificazioni di qualità impegnate nel monitoraggio dei diritti umani nelle filiere.;
  • L’inclusione del mondo delle aziende stesse, in modo che l’applicazione della Due Diligence non si traduca soltanto in una lista di regole da rispettare. Fondamentale è che costi dell’adeguamento non ricadano sul primo anello della catena, gli stessi produttori. Il coinvolgimento delle aziende deve per forza passare attraverso un processo di analisi dei costi. L’obiettivo deve essere creare parametri di riferimento per la determinazione del prezzo
    da riconoscere ai beni su cui si fonda il loro business. Una normativa efficace dovrebbe coprire l’intera filiera. Spesso i rischi per i diritti umani e per l’ambiente sono a monte. Dovrebbe riguardare tutte le imprese sia all’interno che al di fuori dell’Unione che offrono beni e servizi al mercato europeo;

Pratiche d’acquisto eque e sostenibili:
  • Troppo spesso, nelle catene di fornitura globali, sono pratica comune termini di consegna troppo brevi, cambi negli ordini, prezzi che tagliano i costi di produzione sostenibile e reclami fraudolenti sulla qualità. Nell’attuale proposta di Direttiva, il riferimento ai prezzi di acquisto è solo accennato ma resta debole, o del tutto assente. La previsione per le imprese di un impegno efficace a garantire giusti salari e reddito dignitoso, diritti umani a tutti gli effetti è precondizione per il rispetto degli altri diritti umani e ambientali;
  • L’impegno delle imprese affinché garantiscano contratti di lunga durata, soprattutto nelle aree e nei Paesi più marginalizzati. Questo serve a prevenire brusche interruzioni proprio laddove la tutela per i diritti umani ed ambientali è meno efficace. Molte violazioni dei diritti umani infatti sono radicate nel contesto economico e sociale. Servono, quindi, tempo e partenariati duraturi per mitigarle e farle cessare. La Direttiva dovrebbe supportare rapporti di approvvigionamento a lungo termine. Dovrebbe infine garantire stabilità ai fornitori, motivandoli e mettendoli nelle condizioni di investire in una produzione sostenibile.

A cura di Equo Garantito e Fairtrade.