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La proposta di direttiva sulla due diligence delle imprese: un’opportunità per la giustizia inter- e intra- generazionale?

Il 23 febbraio 2022, la Commissione Europea ha presentato la sua proposta di direttiva sulla due diligence e la sostenibilità delle imprese, potrebbe trattarsi di uno strumento per la giustizia inter e intra generazionale?
La proposta mira a stabilire obblighi per le imprese rispetto agli impatti, potenziali o reali, sui diritti umani e l’ambiente derivanti dalla loro attività economica. Il quadro proposto si applicherebbe a tutta la catena del valore di una data impresa. Essa includerebbe le sue filiali o le imprese con cui hanno relazioni consolidate. La direttiva richiederebbe alle imprese di integrare le loro politiche sulla due diligence per identificare, prevenire, mitigare, minimizzare o cessare gli impatti negativi sull’ambiente e sui diritti umani.

L’adozione di una direttiva su questo tema rafforzerebbe la regolamentazione delle attività economiche. Attualmente, a livello UE, in materia vi sono solamente la direttiva 2014/95/UE sulla rendicontazione non finanziaria e il regolamento (UE) 2017/821 sui Conflict Minerals. La prima mostra i propri limiti nel momento in cui pone solo obblighi di rendicontazione. La seconda mostra due limiti, uno di tipo geografica e uno di settore, dal momento in cui si applica esclusivamente alle aree di crisi e all’estrazione di minerali specifici. Come è evidente, l’adozione di una direttiva con una più ampia portata di applicazione in materia di due diligence è più che necessaria.
Ciò è particolarmente rilevante alla luce del rapporto “The right to a clean, healthy and sustainable environment: non-toxic environment“. In tutto il mondo esistono profonde ingiustizie ambientali e “zone di sacrificio”. Qui le comunità vedono minacciate la salute e il godimento dei diritti umani da alti livelli di inquinamento e dagli effetti del cambiamento climatico.

La direttiva sulla due diligence come strumento per la giustizia inter e intra generazionale

La direttiva potrebbe essere uno strumento utile per la giustizia inter- generazionale, verso le generazioni future, e intra-generazionale, verso chi vive in altre parti del mondo. Con riferimento a quest’ultima, possiamo pensare ai fenomeni migratori indotti dal Cambiamento climatico e dal degrado ambientale.
Sul punto, il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite nella views sul caso Ioane Tetiota c. Nuova Zelanda ha osservato che il degrado ambientale, il cambiamento climatico e lo sviluppo insostenibile costituiscono alcune delle più pressanti e gravi minacce alla capacità delle generazioni presenti e future di godere del diritto alla vita, attivando l’obbligo degli Stati membri delle Nazioni Unite di non estradare, deportare, espellere o allontanare in altro modo una persona dal proprio territorio quando ci siano motivi sostanziali per credere che esista un rischio reale di danno irreparabile (sul punto cfr. Rainer Maria Baratti, Vulnerabilità socio- ambientali e migrazioni, in I diritti dell’uomo. Cronache e battaglie).

La proposta della Commissione ha però importanti criticità

Come affermato dalla Campagna Impresa 2030 – Diamoci una regolata, una rete italiana di organizzazioni che sta promuovendo l’adozione della direttiva, la proposta della Commissione presenta però alcune evidenti criticità. La direttiva si applicherebbe solo alle grandi imprese con un fatturato superiore ai 150 milioni di euro e con più di 500 dipendenti al di là del settore di attività e alle imprese con un fatturato superiore ai 40 milioni di euro e con 250 dipendenti per le imprese ad alto rischio operanti nel settore agricolo, tessile e minerario. Le piccole e medie imprese, che sono i principali attori economici nei settori ad alto rischio menzionati nella direttiva, rimarrebbero escluse dagli obblighi della direttiva.
Le piccole e medie imprese sono menzionate solo indirettamente, facendo sorgere dubbi sull’efficacia della direttiva nella misura in cui vengono lasciati ampi margini di elusione. Un’altra criticità importante, inoltre, è che il testo non tiene conto di una serie di ostacoli per l’accesso alla giustizia delle vittime. Questo complica di conseguenza il lavoro di supervisione che le autorità di controllo devono svolgere.

Di Rainer Maria Baratti, Vice Presidente Large Movements APS
Pubblicato in originale nella sezione sulla sostenibilità “EcoVirAl” dell’associazione SET Padova