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Ieri era la giornata mondiale dell’ambiente e in tutto il mondo, al grido di Only One Earth, si sono tenute iniziative dedicate al contrasto alla crisi climatica.
Il 2022 è un anno particolare: è il cinquantesimo anniversario dell’istituzione della giornata, nata nel 1972 a Stoccolma alla prima conferenza ONU sull’ambiente e la pubblicazione dei 26 principi sui diritti dell’ambiente e le responsabilità dell’uomo per la sua salvaguardia.
Proprio come cinquant’anni fa, la giornata di quest’anno è ospitata dalla Svezia.
Le celebrazioni giungono in una fase complessa, nella quale venti di guerra soffiano su una crisi ecosistemica già in atto riportando indietro di trent’anni progressi e prospettive.
Non abbiamo a disposizione tutto questo tempo. Non lo dicono soltanto le organizzazioni ambientaliste o i movimenti globali.

Abbiamo solo una Terra, ma agiamo come se non fosse così

Lo dicono innanzitutto i numeri. Lo dicono i nostri modelli di organizzazione: il 50% della popolazione mondiale vive in città, entro il 2030 la percentuale salirà al 60, ma gli agglomerati urbani, pur occupando solo il 3% della superficie del pianeta, producono il 75% delle emissioni globali e consumano tra il 60 e l’80% della produzione energetica.
I nostri modelli di produzione e consumo lo confermano: l’overshoot day del 2022 arriverà il 28 luglio, ma in Italia abbiamo già superato la nostra quota annuale di risorse il 15 maggio. Da quel momento siamo in debito ecologico. Se la popolazione mondiale dovesse continuare a crescere ai ritmi attuali, entro il 2050 saremo quasi 10 miliardi e, con questi modelli di consumo, ci servirebbero tre pianeti per riuscire a vivere tutti in condizioni dignitose. Eppure in alcuni casi basterebbe apportare modifiche minime ai nostri stili di vita: se tutta la popolazione mondiale utilizzasse lampadine a basso consumo energetico, ad esempio, ogni anno si risparmierebbero 120 miliardi di dollari.

Tutelare gli ecosistemi marini e terrestri deve essere la priorità

La nostra priorità al momento è tutelare gli ecosistemi marini e terrestri.
Gli oceani rappresentano coprono 3/4 della superficie terrestre e sono il 99% dello spazio occupato di viventi, oltre a fornirci il 97% dell’acqua a nostra disposizione. 3 miliardi di persone ne sono direttamente dipendenti per il proprio sostentamento. Il valore delle risorse e delle industrie marine e costiere rappresenta il 5% del PIL globale: si tratta di 3mila miliardi di dollari ogni anno. Ben il 40% degli oceani subisce però gli impatti delle attività antropiche, l’inquinamento, l’esaurimento delle risorse ittiche e la perdita di habitat naturali, soprattutto a ridosso delle coste. Per comprendere la loro funzione e il nostro impatto sugli oceani, basta pensare che assorbono più del 30% della CO2 che produciamo a livello globale.
Anche sulla terra le cose non vanno meglio. Abbiamo già bruciato il 52% del suolo disponibile. Ogni anno, a causa della desertificazione e della siccità indotte dai cambiamenti climatici, perdiamo 12 milioni di ettari di suolo. 23 ettari al minuti. Questo dato colpisce direttamente più del 70% della popolazione povera mondiale. Non solo perché, in generale, l’80% dell’alimentazione mondiale dipende direttamente dalle piante, ma perché più di un miliardo e mezzo di persone dipende dall’agricoltura, e circa 1,6 miliardi di persone deve direttamente alle foreste per il proprio sostentamento. Di queste, almeno 70 milioni sono popolazioni indigene.

Le imprese hanno grandi responsabilità: il loro ruolo va regolato

Come mostra il nostro osservatorio, le attività di impresa sono spesso responsabili di gravi impatti ambientali. La loro azione aggrava anche i cambiamenti climatici: devono essere invece il traino dell’inversione di tendenza. Occorre dare loro regole rigide affinché antepongano la tutela degli ecosistemi al profitto. In generale, è sempre più necessario un approccio sistematico e cooperativo tra soggetti attivi nelle filiere, dal produttore fino al consumatore.
Dal 1880 al 2012 la temperatura media globale è già aumentata di circa 0,85°C. Questo determina squilibri che potrebbero mettere in crisi la popolazione mondiale. Per ogni grado in aumento, il raccolto del grano cala del 5% circa. Tra il 1981 e il 2000, a causa del clima più caldo, la produzione di mais, di grano e di altre coltivazioni principali è diminuita a livello globale di 40 milioni di tonnellate all’anno.
Ma i cambiamenti climatici sconvolgono innanzitutto i sistemi naturali, modificando per sempre la morfologia del nostro pianeta.
Dal 1901 al 2010, il livello medio dei mari si è alzato di 19 cm, dato che gli oceani si sono espansi a causa del riscaldamento globale e dello scioglimento dei ghiacci. L’estensione del ghiaccio dell’Artico si è ritirata in ogni decade a partire dal 1979, con una perdita di 1,07 milioni di chilometri quadrati di ghiaccio in ogni decade.
Date le attuali concentrazioni e le continue emissioni di gas serra, è molto probabile che entro la fine di questo secolo, l’aumento della temperatura globale supererà 1,5°C rispetto al periodo dal 1850 al 1990. Gli oceani si riscalderanno e i ghiacci continueranno a sciogliersi.
Intervenire è urgente perché, già adesso, molti aspetti del cambiamento climatico persisteranno per molti secoli anche se non vi saranno emissioni di CO2.

Only One Earth

Per le celebrazioni della giornata mondiale dell’ambiente di quest’anno, da Stoccolma è giunto un elenco di raccomandazioni:
1) porre il benessere umano al centro di un pianeta sano e prosperità per tutti, riconoscendo che un pianeta sano è un prerequisito per la pace, la coesione e le società prospere;
2) riconoscere e attuare il diritto a un ambiente pulito, sano e sostenibile (realizzando la visione articolata nel principio 1 della Dichiarazione di Stoccolma del 1972);
3) adottare un cambiamento generalizzato nel modo in cui il nostro attuale sistema economico lavora per contribuire a un pianeta sano;
4) rafforzare l’attuazione nazionale degli impegni esistenti per un pianeta sano;
5) allineare i flussi finanziari pubblici e privati con il clima ambientale e gli impegni di sviluppo sostenibile;
6) accelerare le trasformazioni a livello di sistema di settori ad alto impatto, come cibo, energia, acqua, edifici, edilizia, produzione e mobilità;
7) ricostruire rapporti di fiducia per rafforzare la cooperazione e la solidarietà;
8) rafforzare e rinvigorire il sistema multilaterale;
9) riconoscere la responsabilità intergenerazionale come una pietra miliare di una sana elaborazione delle politiche;
10) portare avanti i risultati di Stoccolma+50. 

Le possibili azioni da mettere in campo sono tante. Dal canto nostro, come sempre, ribadiamo la necessità di regolare l’attività delle imprese mediante l’obbligo di due diligence su ambiente e diritti umani. La direttiva proposta dalla Commissione Europea lo scorso 23 febbraio va in questa direzione, ma l’attuale struttura del testo non è sufficiente a garantire il cambiamento sistematico di cui abbiamo bisogno e che è sempre più urgente.