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Il caso Ucraina e l’applicazione dei Principi Guida su imprese e diritti umani alle zone di conflitto

A cura di Marco Fasciglione, Ricercatore di diritto internazionale e tutela dei diritti umani del CNR

Il 24 febbraio la Russia ha attaccato militarmente l’Ucraina, dando il via ad operazioni militari nei confronti di diverse località strategiche. L’intervento russo, oltre a essere una violazione del diritto internazionale, è un’occasione per verificare l’applicabilità al conflitto del quadro internazionale su imprese e diritti umani. In particolare questo riguarda i Principi Guida ONU su impresa e diritti umani del 2011 (d’ora in poi “i Principi Guida”, per una traduzione in italiano cfr. Marco Fasciglione). Proviamo a fornire alcune brevi riflessioni circa il ruolo che i Principi Guida assegnano alle imprese che operano in conflict-affected areas, e che possono aiutare a decodificare gli eventi cui stiamo assistendo in questi giorni in Ucraina.

L’obiettivo principale dei Principi Guida in contesti di guerra come quello in Ucraina è di evitare che le imprese che operano in aree di conflitto, ne siano coinvolte. Si tratta insomma di evitare di rendersi complici delle violazioni dei diritti umani o del diritto internazionale umanitario (ad es. crimini di guerra). Questo vale sia direttamente – mantenendo relazioni commerciali – sia indirettamente – mantenendo relazioni commerciali indirette con entità (Stati terzi, imprese, fornitori, subappaltatori) a loro volta collegate con le parti del conflitto.

I Principi Guida ONU e zone di conflitto

Il criterio generale fissato dai Principi Guida è in situazioni come quella in Ucraina le imprese sono invitate a “rispettare gli standard del diritto internazionale umanitario” (cfr. il commentario al Principio 12).
Stati e imprese sono chiamati ad adottare misure per garantire che le seconde non siano coinvolte in violazioni dei diritti umani. A tal fine i Principi Guida utilizzano un criterio di proporzionalità. Quanto più alto è il rischio di violazioni dei diritti umani, tanto più diligenti devono essere i processi che queste misure comportano.
(cfr. Report of the Working Group on the issue of human rights and transnational corporations and other business enterprises; Business, human rights and conflict-affected regions: towards heightened action, par. 13).
La logica dei Principi Guida è che poiché il rischio di gravi violazioni dei diritti umani è più elevato in aree affette da conflitto, allora l’azione degli Stati (cfr. Principio 7) e i processi di due diligence sui diritti umani delle imprese (cfr. Principio 17) dovranno essere ‘potenziati’ (“heightened accordingly”). Per le imprese, questo criterio si traduce nel dovere di esercitare una due diligence ‘rafforzata’ (c.d. heightened due diligence) per accertare l’assenza di complicità in violazioni dei diritti umani che possano essere compiute nel quadro delle operazioni militari adottando le misure preventive, di mitigazione e rimediali eventualmente necessarie.

Il Principio 17

Occorre guardare al Principio 17. Questo Principio disciplina la due diligence aziendale sui diritti umani. Con questo intendiamo quel processo di compliance aziendale fondato sulla valutazione del rischio. Tale processo serve ad identificare, prevenire e mitigare i propri impatti negativi sui diritti umani. Oltre a questo, il principio ha anche l’obiettivo di rendere conto del modo con cui le imprese affrontano gli eventuali impatti. Oggetto della due diligence d’impresa, infatti, è l’impatto negativo sui diritti umani che l’impresa può causare, o contribuire a causare. Questo impatto può essere generato attraverso le proprie attività o essere direttamente collegato alle sue operazioni, ai prodotti o servizi attraverso le relazioni commerciali. È in tal modo che viene in rilievo il problema della complicità delle imprese nelle violazioni dei diritti umani compiute da terze parti. Essa è menzionata esplicitamente nel commentario al Principio 17.

Le “complicità” delle imprese…

Ai sensi dei Principi Guida, in scenari di conflitto come l’Ucraina, le imprese possono essere coinvolte in due forme di complicità. Una prima è la ‘complicità da contributo’, quando cioè un’impresa contribuisce […] alla violazione dei diritti umani causata da altre parti. La seconda è quella che si verifica quando un’impresa, anche se non contribuisce alla violazione, è percepita contribuire alla violazione. La prima forma è rilevante per il diritto e può condurre l’impresa a essere chiamata dinanzi ai giudici per dare conto del proprio operato (v. la giurisprudenza della Corte suprema francese segnalata più avanti). La seconda forma va oltre il diritto: l’impresa è percepita come complice in quanto trae dei vantaggi dalle violazioni dei diritti umani compiute terzi. Si tratta di una ‘complicità da beneficio’ che può ledere la reputazione e l’immagine dell’impresa percepita come complice.

…e le misure che ne derivano

Questa doppia matrice della nozione di complicità accolta nei Principi Guida si riverbera ovviamente sul tipo di misure che le imprese sono tenute ad adottare. Esse possono essere preventive o rimediali. Le disposizioni cui guardare da questo punto di vista sono i commentari dei Principi 19 e 22.
Se l’impresa contribuisce o rischia di contribuire alla violazione, deve adottare le misure per far cessare o prevenire il suo contributo. Deve inoltre usare la propria influenza per mitigare l’impatto nella massima misura possibile (un’influenza è considerata sussistere laddove un’impresa disponga della capacità di imprimere un cambiamento delle condotte dell’ente terzo).
Può darsi il caso in cui la violazione sia collegata alle sue attività, prodotti o servizi tramite le sue relazioni commerciali con un altro ente. Qui le azioni da intraprendere vanno decise in base al livello di influenza (c.d. leverage) che l’impresa mantiene sull’ente terzo. Andranno considerate l’importanza della relazione commerciale, la gravità della violazione e la possibilità che l’eventuale interruzione della relazione con l’ente terzo comporti a sua volta impatti negativi sui diritti umani. In effetti, se quest’influenza sussiste, allora l’impresa ha il dovere di esercitarla. Viceversa se l’impresa non dispone dell’influenza per prevenire o mitigare gli impatti negativi e non è in grado di accrescerla potrà anche giungere a valutare la possibilità di terminare la relazione. In assenza di tutto ciò l’impresa si espone a rischi di contenziosi o di danni di immagine.

Guerra, zone di conflitto e protezione delle vittime

Le implicazioni pratiche di quanto detto sono immediatamente percepibili. Ci riferiamo all’aumento del numero di casi giudiziari dinanzi ai tribunali nazionali in vari Paesi che hanno riconosciuto che le imprese: a) possono violare con le proprie condotte, anche quando si tratti di semplici attività commerciali, norme internazionali, ivi incluse quelle c.d. di jus cogens (cioè norme cogenti, imperative ed inderogabili – come il divieto di schiavitù e di lavoro forzato); e b) possono partecipare – in quanto complici – alla commissione di crimini internazionali. Tali tribunali insomma hanno riconosciuto la possibilità che le imprese siano sanzionate per tali condotte sia dal punto di vista della responsabilità civile sia da quello della responsabilità penale. Non è possibile in questa sede una analisi puntuale di tale evoluzione giurisprudenziale: ci limitiamo esclusivamente ad un paio di recenti – e noti – esempi.

Responsabilità civile delle imprese

E’ utile menzionare la decisione del febbraio 2020 della Corte Suprema del Canada nel caso Nevsun Resources Ltd. v. Araya. I giudici canadesi erano stati investiti da un gruppo di lavoratori eritrei della richiesta di risarcimento dei danni. La richiesta derivava dalla violazione nei loro confronti delle norme di diritto internazionale consuetudinario. Tali norme tutelano contro il lavoro forzato, la schiavitù, i trattamenti crudeli, inumani e degradanti e i crimini contro l’umanità. Proprio queste violazioni erano state commesse in una miniera situata in Eritrea e di proprietà della società canadese Nevsun. I giudici hanno riconosciuto che il diritto internazionale consuetudinario a carattere imperativo, si applica anche alle società canadesi. Queste ultime, pertanto, possono essere citate in giudizio ai fini del risarcimento dei danni, per le violazioni di tali norme anche quando tali violazioni si siano verificate all’estero.

Responsabilità penale

Una delle pietre miliari è rappresentata da un caso francese. Si tratta del caso Lafarge, il gigante del cemento francese, accusato di complicità nella commissione di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità durante la guerra civile in Siria. Le accuse derivano dai pagamenti effettuati in favore di gruppi armati affiliati all’ISIS con cui la società francese intratteneva relazioni commerciali. Il 7 settembre 2021 la Corte di cassazione francese ha riconosciuto che il fatto di perseguire scopi economici non impedisce che le imprese possano essere accusate di complicità in crimini qualora esse ne abbiano consapevolmente facilitato la preparazione o commissione. Questo pronunciamento ha cancellato una decisione contraria della chambre de l’instruction della Corte di Appello di Parigi.
Secondo la corte francese, insomma, trasferire consapevolmente ingenti quantità di denaro ad organizzazioni caratterizzate esclusivamente da un disegno criminoso può essere di per sé sufficiente ad integrare la complicità dell’impresa nella commissione di detti crimini. Lo stesso vale quando avvengono nel quadro di semplici relazioni commerciali. Nello stesso senso, va citato anche in Svezia la decisione concernente la complicità in crimini di guerra in Sud Sudan della società Lundin Energy.

Conclusioni

Letta attraverso la lente focale dei Principi Guida, allora, la crisi Ucraina, richiede alle imprese che svolgano attività economiche direttamente o indirettamente in Russia di esercitare una due diligence rafforzata. Questo vale anche per quelle che abbiano relazioni commerciali con Stati che sostengono in qualsivoglia modo le operazioni della Russia.
Il fine resta quello di prevenire che lungo le loro filiere produttive globali esse possano contribuire all’invasione russa e agli atti eventualmente ad essa collegati. Il tipo e l’estensione di siffatte misure vanno determinati caso per caso. Esse possono estendersi all’intera catena di fornitura; in alcuni casi la necessità di eliminare il pericolo di coinvolgimento dell’impresa potrà anche implicare che si elimini completamente qualsiasi rischio (c.d. de-risking). Ciò avverrà terminando del tutto le relazioni commerciali con partner commerciali che operano in Russia o che hanno relazioni con tale Paese. Sembrano ispirate a logiche di de-risking, le decisioni di diverse multinazionali di abbandonare le proprie partecipazioni in aziende e in joint ventures commerciali con la Russia (v. Forbes del 27 febbraio 2022).
Non è possibile dire se queste decisioni siano ispirate ad un genuino committment verso i diritti umani, oppure se esse siano motivate dall’esigenza di evitare di incorrere in sanzioni. Resta però il fatto che, per la prima volta sotto la lente di ingrandimento della società civile e dell’opinione pubblica, le imprese che operano nella regione sembrano stiano valutando i rischi reputazionali, finanziari e legali, nel coinvolgimento in crimini di guerra e altre violazioni dei diritti umani. Si tratta di un esodo di massa del settore privato dalle proporzioni mai viste prima.