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Quali sono gli impatti delle attività di impresa sulla salute?

Quali sono gli impatti delle attività di impresa sulla salute?

Domani, 7 aprile, si celebrerà la Giornata Mondiale della Salute e, con essa, il 75° anniversario dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Lo slogan scelto quest’anno per la giornata sarà “Salute per tutti” (“Health For All”), per ribadire l’importanza del diritto alla salute per tutte e tutti, configurandolo come un diritto umano. 
L’OMS ha chiarito che l’obiettivo deve essere assicurare alla popolazione mondiale l’accesso ai servizi sanitari, in ogni momento, senza difficoltà finanziarie: ad oggi al 30% degli abitanti del Pianeta non gode di tale diritto. 

Impatti delle attività di impresa sul diritto alla salute

Come campagna ci occupiamo degli impatti delle attività di impresa sui diritti umani, chiedendo che la direttiva sulla due diligence in via di definizione imponga a chi fa business di tutelare i diritti umani delle comunità: impossibile, in questa giornata, non riflettere sugli impatti di queste attività sul diritto alla salute.
Lo abbiamo fatto qualche settimana fa, all’indomani della pubblicazione della sesta edizione di SENTIERI, il Rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità sullo stato di salute della popolazione residente nelle aree contaminate del Paese.
Le aree oggetto dell’indagine sono parte di quelle individuate come Siti di Interesse Nazionale dal Testo Unico Ambiente del 2006: poli o ex poli industriali, luoghi in cui insiste una contaminazione derivata dalle attività di impresa. 
L’edizione di quest’anno prende in esame i dati su ospedalizzazione e mortalità di 46 aree specifiche nel periodo 2013 – 2017, per concludere che possiamo registrare una percentuale costante del 2,7% in più di decessi e 2,6% in più di ospedalizzazioni rispetto ad altri luoghi. 
Più della metà degli eccessi di mortalità (56%) è costituito da tumori maligni. In particolare, nelle aree interessate dalla presenza di amianto si muore per mesotelioma almeno 3 volte in eccesso, e più di due volte nelle aree con amianto e in quelle portuali. 
Il 6% in più degli uomini, il 7% in più delle donne, in queste aree, si ammala di tumore al polmone; mentre nelle aree in cui ci sono o ci sono stati impianti chimici le donne si ammalano il 3% in più di tumore al color retto, gli uomini il 4% in più rispetto alle medie regionali. 
In tutti i 46 siti analizzati, inoltre, c’è stato un eccesso di ospedalizzazioni di almeno il 3% (in media) tra il 2014 e il 2018; l’aumento, in quasi la metà dei casi (43%) riguarda anche la fascia pediatrico adolescenziale (0-19 anni); nel 15% dei casi è interessata anche la fascia giovanile dai 20 al 29 anni.
Il report si concentra sulle evidenze epidemiologiche “a priori” dell’associazione tra 63 patologie o gruppi di patologie e la residenza in prossimità di un sito contaminato. In particolare sono prese in esame zone interessate da amianto, centrali elettriche, discariche, inceneritori, miniere, petrolchimici e raffinerie, impianti chimici e siderurgici. 
Per tutte queste aree, si è valutata la forza e “l’evidenza” dell’associazione tra ognuna delle fonti inquinanti con gli esiti sanitari presi in esame.
Lo studio specifica che possiamo parlare di evidenza a priori solo per quanto riguarda l’amianto, mentre per altre patologie non possiamo parlare di causalità diretta, cioè: non possiamo dire che le attività di industria influenzano direttamente, univocamente e a priori l’insorgenza di conseguenze sulla salute. Possiamo però, e il Rapporto lo fa, affermare che “Per le patologie per le quali l’evidenza di associazione con le fonti di esposizione ambientale è stata definita sufficiente o limitata, è ipotizzabile, con un certo grado di confidenza, che l’esposizione a sostanze emesse o rilasciate da sorgenti di contaminazione ambientale presenti nei siti possano aver giocato un ruolo causale o concausale nel determinarle”. 
In altre parole: per lo stato attuale delle nostre conoscenze, non abbiamo l’evidenza scientifica che sia stata proprio l’esposizione a quelle sostanze dannose a causa quelle malattie, ma è ipotizzabile che sia così, e i dati ci dicono che quegli stessi siti possono aver avuto un ruolo causale o concausale. 

Una fotografia del nostro Paese, un monito per il nostro futuro

Con le dovute cautele scientifiche, l’Istituto Superiore di Sanità ci consegna dunque una fotografia del nostro Paese, nella quale vediamo che la vicinanza a siti industriali comporta impatti gravi e gravissimi sulla salute: un modello di impresa che ha tra le proprie esternalità un pericolo per la popolazione è un modello da contrastare, per affermare un’idea di business che invece sia al servizio della collettività, come enunciato dall’articolo 41 della nostra Costituzione: “L’attività economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.
In questo senso i siti di interesse nazionale per bonifiche rappresentano una ferita aperta sul nostro territorio ma anche un monito: l’impresa di domani, lo sviluppo economico che stiamo costruendo, non può lasciare dietro di sè morti e problemi sanitari. 
Una direttiva europea che sappia incidere sul monitoraggio delle attività di impresa sugli impatti ambientali e sui diritti umani è uno strumento indispensabile, in questo senso, per costruire un modello virtuoso che rimedi agli errori del passato.