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Lo Sfruttamento Lavorativo delle Donne Migranti nella Filiera Agro Alimentare: Il Casa dell’Agro Pontino

Queste sono le parole di Akhila Kaur, bracciante indiana intervistata nell’estate del 2021 nella provincia di Latina, nell’ambito dello studio Lo sfruttamento delle donne nella filiera agro-alimentare: il caso dell’Agro Pontino condotto da WeWorld in collaborazione con il sociologo Marco Omizzolo, sociologo Eurispes e docente dell’Università La Sapienza di Roma.

La ricerca evidenzia drammatici caratteri dello sfruttamento delle donne migranti in un settore come quello agricolo dove, secondo l’Osservatorio Placido Rizzotto (2020) e riprendendo i dati Istat del 2019, tra il 2007 e il 2018, in Italia il numero delle lavoratrici immigrate impiegate risulta aumentato di circa il 200%, con una progressiva sostituzione di quelle di origine comunitaria (-15%) con quella extra comunitaria (+21%) tra il 2012 e il 2018 (INPS).

La manodopera femminile immigrata in agricoltura si caratterizza, in genere, per essere imposta dal complesso di regole culturali, economiche, prassi, norme e interessi incrociati, costantemente considerata a basso costo e a bassissima valorizzazione sociale, costretta dentro una logica spesso machista, padronale e criminale, ricattabile anche per via dei bisogni familiari e dei relativi vincoli. In sintesi, si manifesta una sorta di razzializzazione e sessualizzazione delle occupazioni lecite e illecite destinate alle donne immigrate che prelude a diffusi pregiudizi, violenze e razzismi da parte degli autoctoni nel momento in cui essi godono di posizioni di potere. In questo modo, le categorie di razza, genere e classe si fondono in un insieme socialmente accettato.

Lo sfruttamento – come evidenzia Margherita Romanelli Coordinatrice delle Policy e dell’Advocacy di WeWorld che ha partecipato alla ricerca– assume molteplici forme. Se nel bracciantato agricolo dell’Agro Pontino, si registra nel corso del biennio un tasso di irregolarità lavorativa del 39% e un numero di lavoratori e lavoratrici immigrati sfruttati stimabile pari a 20 mila persone la condizione delle braccianti immigrate è ben raccontata dalle parole di Paola, una bracciante italiana dell’Agro Pontino 

Vedevo come venivano trattate le braccianti immigrate. Erano sempre le ultime della fila, sempre sfruttate, a volte anche maltrattate verbalmente. (…) Il padrone aveva una scala di precedenze, secondo la quale al primo posto venivano i braccianti italiani, anche perché qualcuno era suo amico, poi le braccianti italiane come me, poi i lavoratori immigrati uomini – ad eccezione per i caporali che venivano pagati subito dopo gli uomini italiani -, e infine le donne straniere e nello specifico in primis rumene e poi, per ultime, quelle del Bangladesh.”

Essere l’ultima della fila significa per le donne rimanere in piedi nel pulmino che prendono per andare a lavoro occupando spazi insicuri in caso di incidenti, significa non avere uno spazio dove sedersi durante le pause, non avere spesso servizi igienici dedicati e andare n bagno per ultime. Ma significa anche non avere informazioni adeguate durante il proprio lavoro, ed incorrere a maggiori punizioni per errori commessi. Si traduce in drammatiche condizioni di sicurezza, lavorare giorni interi in acqua gelida per lavare le verdure senza guanti o in serre in condizioni climatiche estreme a contatto con sostanze tossiche senza protezioni.

Quando mi facevo a casa la doccia avevo delle irritazioni rosso fuoco sulla pelle a causa delle muffe, dei moscerini e dei veleni o prodotti che ci facevano diffondere in serra. Un giorno mi sentii male, (…) non mi reggevo più in piedi. Quel giorno andai dal medico, il quale mi disse che avevo il fegato appesantito e che avevo anche un livello di tossicità molto alto a causa di quelle condizioni di lavoro e di quello che respiravamo. Allora lì decisi di farla finita. Ero arrivata al punto di decidere se lavorare o morire e onestamente e, guardando mio figlio, decisi di vivere.”

Irina, bracciante moldava ex impiegata in una azienda di Latina

Le braccianti immigrate sono ultime della fila – prosegue Margherita Romanelli – anche rispetto agli orari di lavoro e alle condizioni salariali. Per i migranti un giorno lavorativo può durare da 8 a 14 ore al giorno, con una paga oraria di circa 4 euro all’ora fino ad arrivare a sette giorni su sette contro un contratto nazionale che prevede un minimo salariale di 9 euro/ora, 6,5 ore di lavoro al giorno per 6 giorni a settimana. Una donna immigrata, specie se extra comunitaria, può guadagnare 3-3,5 euro all’ora, con una paga inferiore anche del 20-30% rispetto ai loro connazionali uomini.

Il lavoro era molto duro. Non ero abituata a lavorare anche quindici ore al giorno nelle serre a raccogliere ravanelli o zucchine. A volte lavoravamo anche tutti i giorni del mese, con mezza giornata di riposo solo la domenica mattina.”

Shergill Kaur, bracciante indiana dell’Agro Pontino.

E poi c’è la violenza di genere. Una violenza che si manifesta nei comportamenti, negli approcci o nelle azioni inaccettabili dei caporali o dei datori di lavoro, che dimostrano una concezione padronale organizzata. Frequentemente, i datori di lavoro pensano che l’accesso ai corpi delle loro lavoratrici sia un loro diritto. La vulnerabilità delle donne diventa abusata, e spesso le vittime non possono raccontare a nessuno quello che è successo per paura di essere licenziate o per le ripercussioni sociali che potrebbero affrontare.

(…) Ti dicono che se vuoi il rinnovo del contratto allora devi dare qualcosa in cambio, oppure essere carina con loro, seguirli dietro le serre, nei bagni o dietro il capannone.”

Shergill Kaur, bracciante indiana dell’Agro Pontino.

Il silenzio e la ricattabilità sono alla base del perpetrarsi dello sfruttamento spiegato da cinque variabili del prisma della discriminazione femminile:

La variabile etnica, riguarda l’essere immigrata, e dunque non titolare di diritti formali e aspettative considerate socialmente legittime per gli italiani, ma non per gli immigrati, in particolare se si giunge da paesi non europei fuggendo da condizioni di povertà, guerra e discriminazione.

La variabile di classe sociale, quella bracciantile, attività lavorativa considerata, sul piano sociale, di livello inferiore e dunque subordinata.

La variabile di genere che deriva dall’essere donna e, per questa ragione, nel contesto di riferimento e secondo stereotipi e approcci drammaticamente ancora trasversali e diffusi nel Paese, naturalmente e facilmente da sfruttare, oggettificare e relegare ai gradini più bassi dell’organizzazione sociale e produttiva. Questa dimensione salda il patriarcato italiano con quello della comunità di riferimento della bracciante immigrata.

La variabile della maternità, esercitata nei confronti delle lavoratrici che sono anche madri, suscettibili all’ulteriore ricatto reputazionale rispetto ai figli, nel caso in cui non accettino certe subordinazioni o certe violenze fisiche, sessuali o psicologiche.

La variante economica, per le condizioni di povertà economica che conduce queste donne verso una marginalità quasi insuperabile, che consolida lo stereotipo di soggetti naturalmente fragili e naturalmente da sfruttare anche in quanto sostanzialmente violabili e violentabili, secondo una logica criminale e machista.

La discriminazione di genere, lo sfruttamento trovano la loro legittimazione nell’acquiescenza del gruppo, nelle omertà e nei silenzi di coloro che assistono, quale riprova del potere del padrone e del consenso che tali pratiche e comportamenti conseguentemente assumono sul piano collettivo. Si aggiunge l’obbligo del silenzio quale presupposto per evitare qualunque inchiesta, indagine o narrazione di ciò che alcune lavoratrici vivono sistematicamente e le minacce continue, in alcuni casi anche con armi in pugno, rivolte nei loro riguardi.

“Il problema è che se denunci poi non lavori e non prendi i soldi che ti spettano. Non sono solo gli immigrati ad avere paura a denunciare, ma anche noi italiani.” (…) Io, quando posso, consiglio alle donne di denunciare ma bisogna ricordarsi che se sei donna, moglie e madre, (…), devi confrontarti con tuo marito prima di prendere questa decisione. Devi pensarci bene perché si espone tutta la famiglia a partire da tuo figlio o figlia e questo spesso impedisce la denuncia. (…) La denuncia è molto difficile e, se sei donna, immigrata, sfruttata, moglie e madre, parli poco l’italiano e sei vittima di un caporale, non solo non denunci ma neanche parli perché le conseguenze sono altissime e io le capisco bene”

Paola, bracciante italiana dell’Agro Pontino

Queste condizioni incidono grandemente sulla dignità delle donne, sulla loro capacità di godere in pieno dei loro diritti e di tutelarsi rispetto a violenze e persecuzioni anche di carattere sessuale.

Dalle testimonianze raccolte nello sfruttamento delle donne migranti nelle campagne dell’Agro Pontino si rintracciano due aspetti principali. Da un lato, la cultura estrattivista incardinata su una profonda permanenza di sistemi patriarcali discriminatori e razzisti dove le donne, tanto più se immigrate, rappresentano il soggetto debole, inferiore e come tale sfruttabile in misura più intensa. Dall’altro un sistema agricolo che, nelle scelte di alcuni dei suoi attori, trova risposte alle sfide di mercato attraverso strumenti illeciti messi in campo per massimizzare il profitto o per rispondere a una competizione dalle regole poco sostenibili, intrecciandosi in alcuni casi anche con sistemi mafiosi.

La subordinazione patronale, lo sfruttamento lavorativo, la violenza e la discriminazione migrante e di genere costituiscono una delle strategie messe in campo da una parte del sistema produttivo del territorio per contenere i suoi costi di produzione (C. Colloca, A. Corrado, La globalizzazione delle campagne, Milano, FrancoAngeli, 2013), favorire la sua attività mediante concorrenza sleale nei riguardi delle aziende agricole che lavorano in modo regolare e, nel contempo, una modalità di ristrutturazione del relativo sistema produttivo mediante una sorta di “delocalizzazione sul posto”. Queste azioni sono determinate anche dalle norme vigenti, formali e informali incluse le leggi sulla migrazione, e dal funzionamento del sistema commerciale, con la frantumazione della relativa filiera agricola e una gestione tendenzialmente corporativa delle grandi major del food a livello mondiale. La catena del valore, comprendendo quella commerciale, produce alcuni dei pilastri fondamentali sui quali si erge e sviluppa il sistema di sfruttamento del lavoro agricolo, compreso quello delle donne migranti. Lo sfruttamento dei braccianti si caratterizza per il fatto di nascondersi dietro forme pseudo-legali da intendere come esperienze di vita e lavoro formalmente regolari eppure non esenti da forme gravi di emarginazione, violenza, sfruttamento lavorativo e segregazione. Diverse aziende agricole registrano poche giornate di lavoro al mese ai loro braccianti, sia uomini che donne, a fronte di 24, 26 o 28 giornate lavorative effettivamente svolte, versando di conseguenza solo una piccola quota dei contributi dovuti. Le produzioni che avvengono a scapito dei fondamentali diritti di lavoratori e lavoratrici, specialmente immigrati, sono gli ortaggi (carote, zucchine, ravanelli, melanzane, pomodori, carciofi, etc.) che arrivano sulle tavole di tutti gli italiani ed europei e che espongono i consumatori, come anche la relativa filiera di trasformazione, distribuzione e commerciale ad una responsabilità che non è solo etica ma legata agli stili di consumo, ai profitti e a prassi consolidate che contribuiscono all’abbassamento dei salari e alla violazione dei diritti riconosciuti.

Su questi presupposti, è chiaro che un cambiamento del sistema e del mercato è necessario ed urgente per proteggere e promuovere i diritti dei migranti e in particolare delle donne migranti. Dietro i prezzi bassi che vediamo sugli scaffali dei supermercati si celano in troppe occasioni sfruttamento lavorativo e forme di schiavitù moderna. Allora, cosa possiamo e dobbiamo fare?

Riteniamo che la proposta di Direttiva europea per una Corporate Sustainable Due Diligence per i diritti umani e ambientali sia un’azione fondamentale per bloccare alcune gravissime pratiche che si annidano nel settore agroalimentare, spiega Margherita Romanelli. La Direttiva indica giustamente il settore tra quelli più a rischio di violazione dei diritti, come le evidenze dimostrano. Tuttavia non è sufficiente, specialmente in questo comparto dove in gran numero la dimensione delle aziende produttrici è ridotta, applicarlo solo alle imprese più grande. Va capillarmente applicato a tutte le realità produttive con adeguanti incentivi e sostegni, che aiuti anche ad un salto culturale a favore di un’economia e una società del rispetto e dei diritti di tutte e tutti.

Inoltre, come le testimonianze delle donne sfruttate nell’Agro Pontino dimostrano, la Direttiva deve consentire con più forza un accesso alla giustizia delle vittime che sono tali in quanto vulnerabili e con scarsi strumenti di protezione e difesa. È necessario sostenere concretamente le azioni collettive da parte delle vittime che possano essere sostenute e rappresentate dalla società civile, dal sindacato e da quanti difendono i diritti umani che – a loro volta – devono essere sufficientemente protetti contro le tante minacce subite per le loro denunce. La Direttiva deve anche includere una più esplicita prospettiva di genere nell’identificare le specifiche vulnerabilità e violazioni agite contro le donne e dunque rimuoverne i rischi, integrando inoltre anche le previsioni della Convenzione 190 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro contro tutte le violenze sul lavoro.

Un sistema produttivo, come quello agricolo, in definitiva, che per sua natura sostiene la vita di milioni di persone, quando esprime forme così articolate di sfruttamento lavorativo delle donne e varie forme di ricatto e violenza, obbliga ad una presa di coscienza collettiva e a riforme di sistema non più rinviabili.