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L’opposizione tedesca a supply chains pulite

L’opposizione tedesca a supply chains pulite

Il Parlamento UE è impegnato in un’aspra disputa sulle regole per le supply chains pulite.
Rimane ben poco dell’ambizioso piano – e la situazione potrebbe peggiorare.


Tratto dall’articolo di Caspar Dohmen per Sueddeutsche Zeitung – Traduzione di Rebecca Vergine –

Molte compagnie europee traggono vantaggio dal fatto che alcuni dei loro fornitori all’estero pagano salari molto bassi e non trattano bene i dipendenti. Le imprese e la politica, in linea di principio, concordano sul fatto che le condizioni di lavoro lungo le value chains dovrebbero essere umane. Ma c’è un grande divario tra aspirazione e realtà. Quando si tratta di attuazione pratica, le opinioni divergono. Ciò è chiaramente evidente alla luce della votazione sulla bozza del Parlamento dell’UE sulla due diligence nella value chains.

Il Partito Popolare Europeo (PPE) – il gruppo più numeroso del Parlamento Europeo – ha a lungo criticato il processo e il testo di direttiva; Daniel Caspary, presidente del gruppo tedesco CDU/CSU al Parlamento, ha dichiarato: “Non consideriamo accettabili i testi attuali”, definendo un errore “andare oltre” l’attuale legislazione tedesca. Angelika Niebler (CSU), sua vice, ha apportato una vasta serie di emendamenti al testo.

Nel 2011, il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha adottato i Principi Guida dell’ONU su Imprese e Diritti Umani (UNGPs). Di conseguenza, alcuni Paesi hanno introdotto norme nazionali che impongono alle imprese di svolgere attività di due diligence nelle proprie value chains. In Germania, tale legge è in vigore dall’inizio del 2023 per le aziende con più di 3000 dipendenti, e il prossimo anno questo limite scenderà a 1000 dipendenti. Nel dibattito su una legge nazionale sulla value chain, le associazioni di categoria tedesche avevano spinto per una regolamentazione europea uniforme per evitare svantaggi competitivi per le aziende tedesche e un mosaico di diverse leggi nazionali.

Nel 2022 la Commissione Europea ha messo il tema in agenda, con obiettivi più ambiziosi che in Germania. C’è stata una massiccia resistenza a questo da parte delle grandi associazioni imprenditoriali tedesche, come testimoniata lettera agli eurodeputati da parte dell’associazione di categoria HDE, secondo la quale il Supply Chain Act dell’UE porta “notevoli svantaggi competitivi rispetto alle aziende di paesi terzi”.
Dieci associazioni hanno parlato inoltre di “oneri burocratici per milioni di piccole e medie imprese (PMI)” in un’altra lettera ai parlamentari.
Un quadro completamente diverso è invece dipinto da un sondaggio inedito condotto dalla Hamburg Foundation for Business Ethics su 39 piccole e medie imprese, che risultano infastidite dalle critiche delle proprie associazioni e ritengono giusta la regolamentazione delle supply chains.
Alcuni vedono il dibattito sui limiti di occupazione per l’ambito di applicazione del Due Diligence Act come una discussione fittizia e fanno riferimento alla situazione in Germania, dove molte PMI si stanno già occupando della questione, sebbene non siano direttamente coperte dalla legge nazionale sulla value chain. Secondo l’analisi, ciò porta “ad un ampliamento degli obblighi di due diligence sui diritti umani ben oltre l’ambito di applicazione della legge”

Per quanto riguarda il dibattito politico sul Supply Chain Act, alcune aziende parlano addirittura di un “problema di rappresentanza” da parte delle loro associazioni. Il sondaggio afferma che: “Il loro gruppo di difesa politica prima ha ignorato l’atteggiamento fondamentalmente positivo di molte PMI, poi si è concentrato troppo a lungo sulla prevenzione e alla fine non ha contribuito in modo molto pragmatico alla progettazione concreta”. I dubbi che le PMI non saranno in grado di attuare i requisiti della legge operativamente e concettualmente sono – a detta dei loro rappresentanti – inappropriati, e le PMI vedono persino l’uso di risorse aggiuntive per la gestione della legge sulla Value Chain come un “ragionevole investimento imprenditoriale”.