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Vivere in un ambiente pulito, sano e sostenibile è un diritto umano universale

Vivere in un ambiente pulito, sano e sostenibile è un diritto umano universale. Questo è il contenuto della risoluzione ONU adottata dall’assemblea generale dello scorso giovedì 28 luglio. 
Il testo, approvato con 161 voti a favore e 8 astensioni, potrebbe rivoluzionare il diritto internazionale e potrebbe essere uno strumento prezioso nelle mani dei movimenti, delle Ong e in generale della società civile, per esigere dai governi e dalle imprese azioni e strategie che tutelino l’ambiente e i diritti umani ad esso connessi.

Uno strumento concreto a favore della domanda di giustizia ambientale e climatica

Le Nazioni Unite hanno riconosciuto qualche giorno fa, all’interno di una Risoluzione, che “vivere in un ambiente sano, pulito e sostenibile è un diritto umano”! Ciò non obbliga i singoli Stati a tutelare questo diritto ma è un gradino in più per fare loro pressione e spingerli a deliberare delle leggi nazionali a tutela del diritto ad un ambiente sano. Si tratta anche di un importante passo in avanti per la giustizia climatica e sociale

Martina Rogato, co-portavoce di Impresa2030

In questo senso per esempio sono molte, in tutto il mondo, le azioni legali volte a riaffermare la giustizia climatica. Le “climate litigations”, così si chiamano in inglese, hanno avuto un’accelerazione vertiginosa a partire dal 2015 e sono esponenzialmente cresciute tra il 2020 e il 2022. L’aggiornamento a maggio di quest’anno del rapporto “Global trends in climate change litigation” ne conta circa 2 mila, di cui 800 avviate tra il 1986 e il 2014, 900 tra il 2015 e il 2020 e 300 solo negli ultimi due anni.
Sono in particolare aumentate le cause promosse da organizzazioni della società civile contro le grandi imprese fossili: all’estrazione e alla distribuzione di questo tipo di combustibili si imputa infatti una quota importante delle emissioni che generano i cambiamenti climatici. Oggetto di giudizio anche le aziende alimentari, quelle che fanno largo uso di plastica e le imprese che sono attive nei settori del trasporto e della finanza. 
L’esempio più significativo di questi tempi è certamente la vittoria di Friends of the Earth Olanda che, insieme ad altre sei organizzazioni, nel 2021 ha portato in tribunale il gigante del petrolio Shell condannato dalla corte dell’Aia, a ridurre le proprie emissioni nette di CO2 del 45% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2019. 
Proprio nelle motivazioni di questa sentenza troviamo un richiamo ai diritti umani: l’attività di produzione di combustibili fossili

contribuisce al surriscaldamento globale, che causa pericolosi cambiamenti climatici e crea gravi rischi per i diritti umani, come il diritto alla vita […]. È generalmente accettato che le aziende debbano rispettare i diritti umani. Questa è una responsabilità individuale delle aziende, che è separata dalle azioni degli Stati. Questa responsabilità si estende anche a fornitori e clienti”.

In generale la domanda di giustizia climatica, a prescindere dagli strumenti di cui scelga di dotarsi, tende a imputare proprio all’azione delle imprese le responsabilità dei cambiamenti climatici: i movimenti Fridays for Future ed Extincion Rebellion da tempo contestano l’azione delle multinazionali del fossile e la protezione di cui queste, a detta di attivisti, scienziati e ricercatori, godono da parte dei governi. 
La risoluzione appena approvata da parte dell’assemblea ONU potrebbe essere un valido alleato per queste compagini sociali: se chi produce impatti negativi sull’ambiente viola un diritto umano, i decisori politici saranno tenuti ad assicurare l’accesso alla giustizia per chi ne è vittima. 
Si tratta di un processo – innanzitutto culturale – che richiederà del tempo, ma la decisione ha precedenti storici importanti come quando nel 2010 il massimo organo decisionale delle Nazioni Unite aveva riconosciuto il diritto umano all’acqua e ai servizi igienico-sanitari come essenziali alla realizzazione di tutti i diritti umani. 
La risoluzione aveva fatto il giro del mondo e aveva influenzato l’azione di molti governi, che hanno modificato le costituzioni e lavorato per andare verso la direzione sancita dall’ONU. 
L’impatto della decisione è stato forte anche in Italia, unico Paese in Europa nel quale è stato indetto nel 2011 un referendum sul tema. La consultazione del 12 e 13 giugno comportò l’adesione del 57 per cento dell’elettorato e lo statuto di bene comune dell’acqua raccolse, insieme agli altri quesiti, il 95 per cento dei consensi.

Gli impatti ambientali delle attività di impresa non riguardano solo i cambiamenti climatici

Gli impatti delle attività di impresa non sono però riducibili a quelli legati ai cambiamenti climatici: ci sono notevoli legami tra le attività delle grandi multinazionali e disastri ambientali. Il nostro Osservatorio ne racconta alcune, come il devastante incidente avvenuto in Perù lo scorso 15 gennaio, dove migliaia di barili di greggio sono stati riversati in mare durante le operazioni di scarico di una petroliera nel distretto di Ventanilla, causando danni incalcolabili agli ecosistemi marino e terrestre e all’economia locale, basata per lo più sulla pesca. 

“La risoluzione appena approvata dall’ONU parla a governi e imprese e chiede loro di avere un atteggiamento più responsabile nei confronti del Pianeta e delle future generazioni. Impresa2030 è nata proprio per questo: ci rivolgiamo ai decisori politici affinché impongano alle imprese una due diligence su ambiente e diritti umani. Chi fa business deve necessariamente essere obbligato a non danneggiare gli ecosistemi e le comunità umane che li abitano, e a porre rimedio agli impatti della propria azione. Gli impatti sono di diversa natura, non soltanto quelli relativi alle emissioni di CO2 e ai cambiamenti climatici. Molta della contaminazione del nostro Paese, ad esempio, deriva da attività industriali per la gran parte giunte alla fine dei propri cicli, vedi Ex-ILVA di Taranto, che hanno però lasciato conseguenze permanenti sui territori”. 

Giosué De Salvo, co-portavoce della nostra campagna.


Proprio per contrastare quelle conseguenze nel 2006 è arrivato il Testo Unico Ambientale che stabilisce l’esistenza, in Italia, dei Siti di Interesse Nazionale: territori da bonificare con urgenza perché devastati dalle attività delle industrie.
In Italia al momento si contano 42 SIN e circa 35.000 Siti di Interesse Regionale (SIR): ne abbiamo già parlato in questo articolo, si tratta di aree in cui l’attività industriale ha lasciato conseguenze devastanti sugli ecosistemi e sulla salute di chi le abita. 
In quasi tutti i casi i processi di bonifica sono ben lontani dall’essere completati, nonostante questi territori siano abitati complessivamente da 6 milioni di persone, il 10 per cento della popolazione italiana che, attualmente, non vive in un ambiente pulito, sano e sostenibile e che da adesso, finalmente, è formalmente vittima di una violazione dei diritti umani su cui le nostre istituzioni sono tenute a intervenire.